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M.C.L.I. Stäfa (zona/diocesi) Coira
Bahnhofstrasse 48  , 8712  - Stäfa  (Mappa)  - Svizzera
Tel. 044 926 5946 - Fax 044 796 3826
Email: staefa@missioni.ch




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Direttore
Consiglio Pastorale
Presidente : Sig. Gianfranco Lago - Wald ZH
Consiglio di Missione

Coordinatori - Volontari:

  • De Zulian Giuseppe - Rüti ;
  • Giuseppe Marti - Zollikerberg.
Segreteria
Sig.ra Patrizia Cianciarulo. Orario di ufficio: dal Lunedì al Venerdì: dalle ore 8.30 alle 12.00.
Servizi e Attività
I servizi religiosi ed attività formativo-ricreative rivolgono alle comunità di lingua italiana, abitanti sul territorio dai comuni di: Hinwil-Wald-Rüti-Hombrechtikon-Stäfa-Männedorf/Uetikon-Küsnacht/Erlenbach-Zollikon-Zollikerberg-Zumikon. Il sacerdote missionario è sempre disponibile su appuntamento a colloqui privati.
Storia

LA STORIA DELLA MISSIONE “Unità Pastorale Zürichsee Oberland - Missione Cattolica di Lingua Italiana”: così oggi è chiamata l’ex Missione Cattolica Italiana - Stäfa. Per capire come si è arrivati a questo nome, bisogna partire dall’immediato periodo del dopo seconda guerra mondiale fino al 1965. In questi anni, gli immigrati italiani dei comuni del lungo lago di Zurigo vengono pastoralmente curati dal clero locale svizzero, il quale s’industria di parlare italiano, e vengono anche sporadicamente visitati dai missionari italiani con sede a Uster-Winterthur-Zurigo.

Nel frattempo, crescendo sempre più il numero degli immigrati nella zona che va da Stäfa fino a Küsnacht, si afferma la considerazione di fondare una Missione vera e propria con residenza in loco di un missionario italiano. Così, il 10 marzo 1965, la Kirchenpflege (Consiglio Finanziario Parrocchiale) di Stäfa approva un finanziamento per l’adesione al Verband Missioni Cattoliche Italane dell’Oberland zurighese (Collegamento di più Missioni) e decide la Costituzione della MCI Stäfa-Lungolago comprendente le parrocchie di Stäfa-Uerikon, Männedorf-Uetikon, Meilen, Herrliberg, Küsnacht-Erlenbach.

Come missionario viene designato don Ezio Persello, proveniente da Uster. A don Ezio, nel 1975, succede padre Emanuele Chimienti. Nel 1977, don Antonio Spadacini è nominato missionario della MCI Stäfa-Lugolago, alla quale dal 1982 verrà accorpata, sempre sotto la guida dello stesso missionario, la Missione Cattolica Italiana di Rüti. Il territorio della nuova Missione, che si chiamerà MCI Stäfa-Rüti, si allarga considerevolmente e alle parrocchie precedenti si aggiungono quelle di Wald, Hinwil, Rüti, Hombrechtikon-Wolfhausen. Dal 2001, si affianca a don Antonio nella cura pastorale della Missione, don Angelo Saporiti, al quale, nel 2002, verrà conferito l’incarico di missionario a tempo pieno della MCI Stäfa-Rüti.

Nel giugno 2005 il Sinodo cantonale zurighese decide di rendere applicativa l’imposizione di un cambiamento del finanziamento delle Missioni Cattoliche Italiane del Cantone Zurigo e il loro relativo accorpamento alle parrocchie locali in forma di Unità Pastorali. Questa decisione non piove dal cielo, ma è il risultato di un lungo dibattito sinodale iniziato nel 1990.

In base a questa disposizione sinodale, la MCI Stäfa-Rüti, dal 1° gennaio 2006, cambia nome e si chiama Unità Pastorale Zürichsee Oberland - Missione Cattolica di Lingua Italiana. Ma i cambiamenti della Missione non si limitano solo al suo nome. Le parrocchie sotto la cura pastorale del missionario salgono a dodici e alle precedenti nove se ne aggiungono altre tre, confinanti con la città di Zurigo: Zollikon, Zumikon e Zollikerberg.

La novità certamente più rilevante è quella che porta alla cancellazione definitiva del vecchio e consolidato sistema amministrativo Zweckverband (VMCIO), il quale fino ad allora si era preoccupato di stabilire i contratti di sussistenza della Missione con le varie Parrocchie sparse sul suo territorio. Dal 2006 entra in vigore un nuovo Consiglio Finanziario rappresentato dalla Kirchenpflege di una parrocchia. Nel nostro caso, il Consiglio Pastorale Missionario (CPM) ha indicato Stäfa.

La proposta, successivamente accettata dalle Autorità finanziare centrali (Zentralkommision) ed ecclesiali diocesane (Vicariato di Zurigo), ha visto la parrocchia di Stäfa diventare la Sitzgemeinde, cioè la sede amministrativa della nuova Missione, ormai divenuta “Unità Pastorale Zürichsee Oberland” (anche se la gente, ancora oggi, continua a chiamarla con il nome identificativo di “Missione Cattolica”). Il futuro della cura pastorale degli italiani, nella loro lingua e cultura, diventa più precario: dal 2006, infatti, ogni Consiglio Finanziario parrocchiale su cui si estende il territorio della Missione, deve decidere se aderire o no al contratto proposto dal Consiglio Finanziario parrocchiale di Stäfa. Il contratto in questione prevede la costituzione di una commissione finanziaria e una pastorale di collaborazione tra parrocchie e “Unità Pastorale Zürichsee Oberland”. Purtroppo il Consiglio Finanziario di alcune Parrocchie non si è dimostrato disposto a firmare il contratto di collaborazione della durata di due anni, con scadenza il 31.12.2007. E se per il 2008 il sussidio finanziario è stato ancora una volta garantito, ciò non pare essere sicuro dal 2009. Il “no” al finanziamento, da parte di alcuni Consigli Finanziari parrocchiali non dipende dal cattivo lavoro della Missione in tutti questi anni, tutt’altro! Esso sembra piuttosto motivato da altre diverse ragioni:

- in primo luogo i Consigli Finanziari non disposti a firmare il contratto di collaborazione interpretano la nuova ristrutturazione delle Missioni dettata dalla Zentralkommission e dal Sinodo di Zurigo come un’imposizione finanziaria o pastorale sulle loro libere decisioni; - inoltre, la collaborazione con la nuova Unità Pastorale Zürichsee Oberland comporterebbe per loro il peso di dialogare due volte all’anno nelle commissioni; - infine, per questi Consigli Finanziari Parrocchiali non disposti a firmare il contratto di sussistenza della componente ecclesiale di lingua e cultura italiana, la cura pastorale degli emigrati italiani, (siano essi con solo passaporto italiano, o doppi cittadini, o svizzeri-ticinesi, o di altre lingue ed etnie orientati ai servizi pastorali dell’Unità Pastorale Zürichsee Oberland), costerebbe troppo.

Gli italiani, si pensa, sono già tutti integrati e possono andare a Messa nelle parrocchie di lingua locale. La pensano così alcuni Consigli Finanziari Parrocchiali che ritengono non opportuno continuare a destinare i soldi delle tasse di culto dei cattolici e quindi anche degli italiani (i quali però non posso esprimere ancora in questo Cantone la loro voce e il loro diritto di voto) al mantenimento della struttura “Unità Pastorale Zürichsee Oberland”. Una decisione che purtroppo viene spesso presa senza interrogare i diretti interessati, soprattutto la “prima”, ma anche la “seconda” generazione di italiani. Quest’ultima, pur parlando la lingua locale, sente ancora forte il bisogno di esprimere e di vivere i momenti celebrativi della fede (battesimo, cresima, matrimonio) nella lingua e cultura materne.

È questa generazione, che pur parlando bene la lingua svizzero-tedesca e facendo fatica a trovare il suo posto nella Chiesa, afferma che la preghiera del “Padre nostro” viene celebrata con la testa in tedesco, ma con il cuore in italiano! Il diritto a vivere nella Chiesa la propria diversità culturale e linguistica (diritto, tra l’altro, espresso e chiaramente consentito dai documenti ufficiali del Magistero) è un diritto di ogni cristiano, ma per una fruttuosa convivenza è necessario l’impegno di tutte le parti e, soprattutto, nella nostra situazione, è necessaria la solidarietà tra le parrocchie. Dietro le cifre del Büdget ci sono volti, persone, storie che nella Chiesa hanno il diritto di esprimersi e di pregare nella lingua del cuore, nel modo che ritengono a loro più vicino.

Questa diversità non è forse una ricchezza in più per la nostra società e le nostre parrocchie? La demotivante e spiacevole situazione, che si è acuita negli ultimi mesi, specialmente in vista dell’incertezza contrattuale dal 2009, o risveglierà la partecipazione attiva alla vita della comunità cristiana di lingua e cultura italiana, o segnerà la parola “fine”. Fine non solo dei servizi pastorali e della Messa in italiano la domenica mattina, ma addirittura delle nostre radici.

Bisogna muovesi adesso. Bisogna impegnarsi perché l’esperienza della missione cattolica continui e si sviluppi

verso un nuovo modello. Il prossimo 27 settembre la popolazione svizzera del cantone Zurigo sarà chiamata a decidere se approvare o meno il nuovo regolamento della chiesa locale che prevede di dare la possibilità di voto ai cattolici in base al battesimo e non in base al passaporto, come invece accade ora. Se ciò dovesse succedere, se cioè questa proposta diventasse legge, allora anche tutti gli emigrati battezzati avrebbero voce attiva negli organismi legislativi e amministrativi delle strutture ecclesiastiche parrocchiali e cantonali. E ciò sarebbe un bel traguardo, o meglio, un punto di partenza.

Penso alla prima generazione di italiani, da cinquant’anni in Svizzera, ormai arrivati al capolinea, eppure ancora con tante cose da dire, da raccontare, da insegnare… La loro migrazione è stata dura, sofferta, segnata da mille prove e fortemente legata alle Missioni Cattoliche, considerate punti di aggregazione, momenti sociali, luoghi di incontro, di crescita, di aiuto e di formazione, nei tempi in cui la mobilità non era così facile come oggi e si doveva risparmiare il più possibile per “farsi la casa in Italia”. Questa generazione, costretta al silenzio in molte assemblee ecclesiali, perché senza passaporto svizzero, questa generazione che non ha mai imparato bene il tedesco, perché tanto si sarebbe tornati in Italia, questa generazione costretta a morire in terra straniera, perché i figli sono nati qui, questa generazione forse saluterebbe con entusiasmo l’approvazione della proposta di legge del 27 settembre. Finalmente anche lei avrebbe una voce.

Il problema si pone per un’altra generazione: la seconda, quella dei figli degli emigrati italiani. Se si potesse finalmente avere tutti lo stesso diritto di voto e di partecipazione attiva e passiva nella chiesa, chi di loro sarebbe pronto e disposto a farsi avanti? Pur con in tasca il doppio passaporto, molti dei cosiddetti “secondos” pare abbiano difficoltà ad assumersi un impegno, un incarico, una responsabilità nell’ambito della comunità cristiana. Le ragioni sono tante: mancanza di tempo, disaffezione alle strutture, preferenza di altri ambienti da frequentare, rifugio nel privato, fragilità interiore, idea della chiesa stile “mordi e fuggi”, eccetera… Pur provenendo da famiglie italiane purosangue, questi ormai trentenni e quarantenni sembrano molto diversi dalle loro madri che li hanno partoriti ed educati, così distanti dai loro padri che hanno trasmesso loro il senso dell’appartenenza ad una componente etnico-culturale e religiosa. È solo una mia impressione, ma questa seconda generazione, lasciatemelo dire, mi pare un po’ disorientata come un “povero cane vagabondo”, mi dà l’impressione di essere spenta, come un sole senza luce, senza grinta, né grandi ideali e per questo già vecchia e insoddisfatta.

Eppure, se il 27 settembre passerà la proposta di legge, dovranno essere questi “secondos” a rappresentarci nelle parrocchie e nelle strutture cantonali della Chiesa. Se mancheranno a questo impegno, rischieremo di perdere l’appuntamento con un nuovo futuro. E calerà il sipario su una buona parte della storia dell’emigrazione. Qui si tratta di noi e del nostro avvenire. A questi nostri figli dico: “Ora tocca a voi: impegnatevi, rischiate, continuate il volo, create qualcosa di nuovo, di bello, di migliore, di umano, di vero! Realizzate la Chiesa che sognate. Fatelo per voi e per chi verrà dopo di voi. Noi vi aiuteremo. È tempo di muoversi adesso, di riaccendere la mente, la passione, l’impegno. È tempo di ritornare a vivere, di iniziare qualcosa di nuovo, di diverso. Insieme.