Cultura del riconoscimento


 

Cultura del riconoscimento


Ho incontrato alcuni gruppi etnici, cattolici. a Roma. Mi sono reso conto delle diversità culturali che esistono nella Capitale. Ci sono naturalmente anche tanti problemi di carattere sociale, ma ciò non toglie la grande ricchezza che merita di essere scoperta. La curiosità con cui mi sono avvicinato ha lasciato presto il posto allo stupore, alla meraviglia e all’apprezzamento.


Lo sappiamo. Ormai ogni angolo del mondo è toccato dalla realtà multiculturale. Questa può causare, e spesso di fatto provoca, una sensazione di disagio, di inquietudine, se non addirittura di paura e di conflittualità. Ma o una realtà, come tutte quelle del mondo, davanti alla quale il teologo ortodosso Pavel Evdokimov ci invita ad avere un atteggiamento affermativo: “L’atteggiamento cristiano davanti al mondo non può mai essere quello della negazione. L’atteggiamento cristiano è sempre un’affermazione, ma escatologica: superamento incessante verso il termine che anziché chiudere, apre ogni cosa al di là di sé stessa”. Il motivo è chiaro. Nella sua realtà più vera. ogni cultura ha qualcosa di sacro. La cultura è la realtà della comunicazione, della condivisione, della trascendenza. Nasce dal “cultus”, dal riconoscimento dell’altro, che è il principio religioso stesso, quello della fede. La cultura e un evento possibile grazie all’amore presente negli abissi dell’uomo. È l’amore che spinge l’uomo ad uscire da sé.


Le identità etniche e culturali


Una costante dell’approccio ai gruppi etnici per me è stata la sensazione del sentimento forte e fiero che queste persone hanno della loro identità culturale, etnica e nazionale.


Sui concetti di etnia e di nazione il discorso sarebbe lungo. Quello che qui possiamo dire è che questi concetti non riguardano solo i gruppi etnici emigrati. L’uomo postmoderno ha nostalgia di radici, del sangue e della terra, come di un luogo sacro Va alla ricerca delle identità perdute, cerca luoghi protettivi, identità affettive. Purtroppo questo bisogno di radici si nutre spesso di concetti falsi, prodotti e messi in gioco da interessi di dubbia finalità. Così in una società che si delinea sempre più come plurietnica e pluriculturale nascono nuove caotiche conflittualità: neonazionalismi, tendenze regionalistiche, autonomie egoistiche.


Certo, hanno ragione coloro che definiscono tutto questo un momento regressivo nella dinamica sociale del periodo storico che stiamo vivendo. Ma non si può affermare in modo semplicistico che l’esigenza di un luogo abituale, di un’identità, siano il campo solo degli integralismi e dei fondamentalismi.


Sul versante letterario o filosofico si sprecano le pubblicazioni sui concetti di nazione, di identità e di etnicità. Come direbbe lo storico Hobsbawm, citando Hegel, forse il fatto che se ne parla molto è indice che siamo alla fine del fenomeno. “Come la nottola di Minerva che reca la sapienza, prende a volare sul far della sera”. Sarebbe “un buon auspicio che adesso stia aggirandosi dalle parti di nazioni e nazionalismo”.


Il problema comunque non può essere sottovalutato. Oggi appunto la convivenza pacifica passa necessariamente attraverso questa scommessa. In ogni società vivono necessariamente gomito a gomito persone che si richiamano ad una identità culturale, etnica, nazionale, religiosa che è diversa. E ogni gruppo è geloso della sua individualità, della sua originalità. Da un punto di vista cristiano proprio questa è oggi la sfida per la Chiesa e la nuova evangelizzazione. Se i luoghi di maggior conflitto sono. o possono essere, proprio le identità culturali ed etniche, come far sì che queste diventino luogo di comunione e di dialogo? È possibile almeno sognarlo?


Il valore fondante della cultura come ambito del dialogo


Spesso si pensa che il dialogo, l’incontro, la comunione, la convivenza, si risolva nella ricerca dei punti in comune. Ma accordarsi su formule o idee sulle quali c’è già accordo non è precisamente un dialogo. Questo corrisponde piuttosto ad un’immagine idealista di dialogo. Ma questo deve essere cercato altrove. E noi pensiamo che il dialogo interculturale non può che essere fondato nell’evento stesso della cultura. Perché la cultura, quella vera, quella che emerge dall’unico vero valore- matrice di tutti i valori, cioè quello della carità, porta l’uomo ad uscire da sé e a riconoscere gli altri gruppi culturali. L’amore, che crea la cultura e spinge l’uomo al riconoscimento, alla relazione, alla comunicazione, diventa l’unico ambito del dialogo vero. Gli spazi vuoti ed il divenire della cultura esistono per essere riempiti dall’amore. Le distanze vanno accorciate con l’estasi di uno verso l’altro. Possiamo dire con Soloviev che l’individualità che ciascuno di noi e ciascun gruppo vuole affermare si salva con il sacrificio dell’egoismo. Allora, direbbe Arseniev, una cultura entra nell’eterna anamnesi nella misura in cui altre genti, altre culture, alla fine dei tempio riconosceranno parole, canti, danze, immagini con cui il popolo di questa cultura ha amato. Il gesto che rientra nell’amore rimane in eterno, perché l’amore dura in eterno.


Per quanto possa sembrare strano, la cultura e le persone culturalmente vive sono quelle che sanno rinunciare alla propria autoaffermazione, per affermare le espressioni di una comunicazione universale. Come direbbe P. Marko Rupnik, “la coscienza nazionale - e analogamente l’identità etnica e culturale, aggiungiamo noi - nel senso sano della parola, significa essere così gioioso di ciò che si è che di questo si può fare un dono all’altro, di modo che addirittura un elemento tipicamente nazionale, tipicamente individuale diventa il nesso, il legame, la forza unificante, comunicativa di un annuncio del tutto trans-individualistico. Qualcosa del tutto individuale - non individualistico- diventa